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Disruptiveness matters

A version article was originally published in Lo Spazio dell Politica

Migliaia di persone hanno preso parte il 22 settembre ad una manifestazione pro-indipendenza nel centro di Edimburgo. All’ingresso dei giardini di Princes Street le folle armate di bandiere e di cartelloni con la scritta “yes” si sono preparate ad ascoltare il discorso della figura più importante dell’indipendentismo scozzese moderno, il leader del Scottish National Party (SNP) Alex Salmond, colui che nelle elezioni del 2007 arrivò per la prima volta a portare gli indipendentisti alla maggioranza nel parlamento scozzese.

Mentre queste manifestazioni continueranno fino al referendum del 2014, quali sono le chances reali di un’indipendenza Scozzese?

La mattina del lancio della campagna del “Yes” all’indipendenza lo scorso maggio, il Vice Primo Ministro Scozzese Nicola Sturgeon scelse con cura le parole dell’ intervista radiofonica seguente all’evento: “Non si tratta di rottura, non si tratta di una separazione. Siamo in grado di continuare a condividere alcune cose negli ambiti in cui avrebbe senso”.

Perché allora perdere tempo con l’indipendenza e che impatto avrebbe il modello proposto dal SNP basato sulla condivisione?

La decisione di non parlare dell’elefante nella stanza è data da un paese calcolo politico. Un sondaggio ha rilevato che nonostante il SNP sia il partito di maggioranzan solo un terzo della Scozia in realtà vuole l’indipendenza. Ergo, la leadership del partito non può permettersi di spaventare gli elettori moderati.

Ciononostante, il SNP ricorda che esistono diversi modelli di stati indipendenti ma inter-dipendenti. Ad esempio, i membri della eurozona sono certamente indipendenti, ma sono allo stesso modo inter-dipendenti attraverso l’unione monetaria. Il SNP vuole ottenere una sorte di relazione simile con il Regno Unito basato su indipendenza fiscale, ma con una sterlina unica e condivisa.

Le zone calde

Essendo un governo decentrato, Holyrood (il parlamento scozzese aperto nel 1997) già detiene il controllo in materia di istruzione, sanità, giustizia e trasporti. Ad esempio, molti di questi settori non richiederebbero molta “condivisione” post-indipendenza. Inoltre, il SNP è già stato in grado di sviluppare politiche su questi temi. Sono il realtà le aree riservate (reserved areas) della difesa, degli affari esteri, della politica macroeconomica e degli aiuti all’estero (settori ancora controllati da Westminster e conodivisi con la Gran Bretagna) che dipingono un futuro più incerto.

Difesa

Da quando il segretario alla difesa Philip Hammond chiamò la  politica di difesa del SNP “risibile”, il partito si è sforzato di elaborare una strategia riguardante il modo in cui la difesa dovrebbe essere divisa. Attualmente circa 3.500 – 4.000 soldati britannici sono stanziati in Scozia attorno cinque basi principali ed il numero varia in base alle necessità. Il SNP propone una propria defence force, ma la sfida di dividere il personale militare attuale non è delle più semplici. Infatti si tratta dell’esercito “britannico” indipendentemente dallo stato in cui si trovi. Questioni più ampie riguardanti spese per la difesa si aprono quando si parla dei sottomarini nucleari Trident attualmente in acque scozzesi.

I critici dell’indipendenza sostengono che la Scozia non si potrebbe permettere di sostenere una sua propria industria militare e che ciò avrebbe implicazioni sulle spese alla sicurezza di tutto il Regno unito. D’altro canto, come sostiene Malcolm Chalmers, il direttore degli studi di politiche di difesa del Royal United Services Institute, sarebbe improbabile che, in vista del referendum, il SNP voglia abbandonare questa priorità più per motivi di principio che pecuniari.

Welfare

James Mitchell, docente di politica nazionalista alla Strathclyde University, dichiara che una recente ricerca ha dimostrato che il voto della gente per il decentramento nel 1997 riguardava la creazione di un meccanismo di protezione dello stato sociale che gli Scozzesi sentivano sotto l’attacco di Westminster.

Una delle conseguenze più palpabili derivanti da una maggiore autonomia sarebbe la capacità di spendere di più nel welfare. Il fondo corrente pro capite è attualmente tra il 9 e il 13 per cento più alto in Scozia che in Inghilterra, a seconda della misura utilizzata. Quel 9 per cento è pari a circa 1 miliardo di sterline in totale. David Bell, economista presso Stirling University, spiega come una cifra del genere dovrebbe essere ricavata tagliando altre voci nel budget  ed è per questo sembra che la conseguenza più probabile sarebbe una forte riduzione delle spese militari  dopo l’indipendenza.

Risorse energetiche

Una dettagliata ricerca relativa al mercato di petrolio e gas del Regno unito evidenzia come le acque Scozzesi siano state la fonte del 91.1 % dei ricavi provenienti dal Mare del Nord durante il 2008/2009. Questa stima deriva ampiamente dalle fluttuazioni dei prezzi del petrolio ma nel 2008/2009 i fondi garantiti da questa fonte ammontavano a circa 13 miliardi di euro, una cifra che contribuì ampiamente al surplus Scozzese di quel biennio.

Molti nazionalisti dicono che nonostante l’alta spesa pro capite, i ricavi del petrolio del Mare del Nord compenserebbero ampiamente la mancanza di spesa da parte di Londra, specialemente se Edimburgo fosse in grado di gestire la propria pressione fiscale. Ma dunque queste acque,  sarebbero considerate unicamente territorio Scozzese dopo l’indipendenza? La questione non è ancora stata trattata e sicuramente costituisce un nodo legale en più fermo di quello della gestione dell’eservcito in quanto tocca il punto caldissimo della sovranità nazionale.

How do you spell independence?

Ora che la campagna per il “sì” all’indipendenza entra nel vivo, le questioni senza risposta ricominceranno ad emergere. In un notorio discorso del 1999 Sean Connery (noto supporter del SNP) si augurava che il parlamento scozzese riflettesse “la vera voce della Scozia”. 13 Anni dopo rimane la domanda, chi è la vera Scozia?

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