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Disruptiveness matters

A version of this article was originally published in Lo Spazio della Politica

La vittoria dell’Italia nel quarto di finale di Euro 2012 ha distrutto i sogni del (mediocre) gruppo inglese e delle sue aspirazioni di risollevare una federazione calcistica che non vince un trofeo dal 1966. Oltre all’uscita calcistica, un nucleo importante di policy makers conservatori inglesi stanno considerando la possibilità di organizzare un referendum per decidere se rimanere nell’Unione Europea.

Persino David Owen, l’ex Ministro degli Affari Esteri britannico che ha influenzato il pensiero della élite politica sull’Europa per decenni, crede che “sia inevitabile l’organizzazione di un referendum sul futuro delle relazioni tra Regno Unito ed Europa ad un certo punto tra il 2013 e il 2016 al più tardi”. Ciò nonostante, dal numero 10 di Downing Street, David Cameron è cauto a al riguardo dichiarando che gli inglesi devono essere posti di fronte ad una “scelta democratica reale” e che un immediato referendum in or out non rappresenta attualmente un priorità nell’agenda politica britannica.

Should I stay or should I go?

Il 6 giugno del 1975, gli elettori britannici sostennero l’adesione del Regno Unito alla Comunità Economica Europea (CEE) a larga maggioranza (67%) nel primo referendum nazionale del paese. La prospettiva di lasciare l’Unione europea rimase fino a un decennio fa quasi impensabile. I leader britannici capeggiati da Tony Blair stavano addirittura discutendo a fine anni ”90  la possibile adesione della moneta unica ed una maggiore integrazione anche a politico-economico.

Ci hanno pensato le turbolenze della zona euro ed un revival del protezionismo a bloccare la prospettiva di una più stretta unione politica tra Londra e Bruxelles. La decisione del Prime Minister Cameron di porre il veto su un nuovo trattato dell’Unione europea durante il Consiglio Europeo dell’ 8-9 dicembre 2012 ha incoraggiato le speranze degli euroscettici i quali vedono un’occasione unica per rimodellare le relazioni con l’Europa e creare un ente più simile ad una associazione di libero scambio piuttosto che un’unione politica e fiscale.

Ma veniamo ad oggi ed a ciò che sta accadendo entro le mura di Westminster. Il 27 giugno, 100 backbenchers Tory hanno firmato e presentato una lettera al Primo Ministro intimandogli di presentare entro tempi brevi la possibilità ai cittadini di esprimere democraticamente la propria posizione sull’apparteneza all’Unione Europea in seguito alle promesse fatte durante la corsa alle ultime presidenziali. Nonostante tali pressioni, Cameron insiste sul fatto che la Gran Bretagna debba continuare a far parte dei 27 paesi dell’Unione, con cui l’isola condivide circa la metà del suo  fatturato commerciale e crea tuttoggi, secondo l’istituto nazionale di statistica, circa 3,5 milioni di posti di lavoro. Tuttavia molte questioni rimangono aperte.

I dubbi del Prime Minister

In primo luogo, come pre-accennato, c’è una ragione elettorale che si cela dietro a questa pressione per l’organizzazione del referendum. “L’Unione europea si intromette troppo nella vita ordinaria britannica e la circostanze sono cambiate fondamentalmente dall’adesione nel 1973″ ha riferito Cameron durante la campagna elettorale che lo ha portato alla vittoria l’11 maggio 2010. Il magazine britannico The Spectator ha affermato che sarebbe stato praticamente certo che il manifesto conservatore per le ultime elezioni generali avrebbe contenuto una promessa di  referendum. La ragione di tale linea propagandistica è duplice. In primis, per frenare la minacciosa avanzata del UKIP, il partito nazionalista anti-europeo che attualmente sta sottraendo voti degli scontenti di destra e, in secondo luogo, per placare “quell’imprevedibile volpe” di Boris Johnson, sindaco conservatore di Londra, che ha apertamente appoggiato una campagna parallela sull’organizzazione del referendum.

Cameron intende evitare faide interne sulla questione Europa che hanno già devastato il governo Thatcher a fine anni 1980 soprattutto considerando che questa volta i parlamentari conservatori euroscettici sono più numerosi e dei loro predecessori. Oltretutto i conservatori sono in una coalizione di governo con il Liberal Democratici di tendenza pro-Europa di Nick Clegg e la questione potrebbe far cadere un governo che spera di governare fino al 2015.

Oltre a ciò, la sfida inglese verso Bruxelles ha fatto infuriare gli alleati continentali, soprattutto Francia e Germania. Un referendum, metterebbe in serio pericolo il futuro diplomatico inglese nei confronti di qualsiasi negoziazione con i più importanti stati del continente.

Un referendum però potrebbe anche avere effetti positivi per le relazioni Londra-Bruxelles in quanto un “Yes” determinerebbe un’importante legittimazione democratica che metterebbe a tacere indipendentisti ed euroscettisci e placherebbe la questione negli anni a venire. Un sondaggio Ipsos MORI a fine 2011 ha constatato che, in caso di referendum, il 49% degli elettori britannici avrebbero scelto di lasciare l’Unione europea contro il 41% che voterebbero sì lasciando il restante 10% tra gli indecisi. La storia recente ci insegna che i sondaggi in materia Europea sono molto rischiosi e l’esempio della mancata ratifica della Costituzione Europea da parte della Francia ne è una prova ancora vivida nella memoria degli analisti di affari europei.

La Gran Bretagna potrebbe fare il grande salto (nel buio), ma al di là dell’euforia nazionalista di stampo tatcheriano, quali sono in effetti le probabilità che una tale decisione venga lasciata al popolo britannico e quali sarebbero i vantaggi o svantaggi per il Regno Unito di una tale decisione?

Pro e contro del rimanere nell’Unione

Open Europe, un think tank euroscettico vicino al partito conservatore, ha respinto le chiamate al referendum dichiarando che è nell’interesse nazionale della Gran Bretagna rimanere parte dell’Unione europea.

In un report di 50 pagine, viene spiegato come le alternative alla UE – lungo le linee di Norvegia, Svizzera e Turchia – sono, a detta del dossier, tutte dotate di maggiori svantaggi economici, soprattutto per le imprese nevralgiche inglesi come le case automobilistiche e i servizi finanziari. Vediamo insieme quali sarebbero le opzioni di modello di riforma del rapporto tra Regno Unito ed Unione europea:

–          Il “modello norvegese” libererebbe il Regno Unito dalla politica agricola comune (PAC) e dalle regole comunitarie sulla di pesca (PCP), entrambe vere spine nel fianco per le relazioni tra Londra e la Commissione Europea e porterebbero il Regno Unito a ridurre il proprio contributo al bilancio destinato alla politica regionale. Tuttavia, pur garantendo l’accesso al mercato unico dei servizi e delle merci, al di fuori dell’unione doganale, l’accesso per le merci sarebbe soggetto a regole complesse relative all’origine e l’applicazione di dazi.

–          Il “modello svizzero“, o accordo di libero scambio: l’accordo bilaterale Svizzera – UE, senza la PAC, la PCP ed i contributi per le politiche regionali e strutturali offre una maggiore sovranità e meno regolamentazione comunitaria. Tuttavia, l’accesso del Regno Unito al mercato unico dipenderebbe dall’ ipotetico trattato negoziato con l’Unione europea. I dettagli dell’accordo svizzero escludono attualmente la stragrande maggioranza dei servizi, compresi quelli servizi finanziari a tutela del settore bancario elvetico.

–          il “modello turco +”: il Regno Unito continuerebbe a beneficiare di un accesso completo al mercato unico dell’Unione europea nel settore dei beni rimanendo nell’unione doganale. D’altro canto, la Gran Bretagna sarebbe vincolata dalle politiche sul commercio dell’unione doganale senza poter aver nessuna voce in capitolo. Riguardo al setttore dei servizi, sarebbe necessario un accordo separato per mantenere l’accesso del Regno Unito al mercato unico. Gli aspetti positivi per Londra sarebbero la libertà dai regolamenti sociali e occupazionali, la PAC, PCP e  la politica regionale.

–          la “rottura completa”: nel caso in cui il Regno Unito lasciasse l’UE, senza optare per nessuna delle opzioni di cui sopra elecante, il paese potrebbe ripiegare con una nuova adesione al WTO, l’organizzazione mondiale del commercio. Ciò implicherebbe dazi relativamente molto elevati (ad es. pari al 10% sulle esportazioni di auto) sulle esportazioni e l’accesso al mercato dei servizi sarebbe considerevolmente ridimensionato.

In alto mare

Fuori dall’unione, Londra potrebbe proporsi come una sorta di trading center off shore a bassa pressione fiscale ed un terreno di gioco per i gestori di grossi capitali internazionali. Tuttavia, queste proposte sono difficili da vendere ai veri londinesi i quali si aspettano che la ridotta pressione fiscale della City, atta a creare terreno fertile per grandi transazioni finanziarie, non intacchi il modo di gestire le entrate fiscali per ciò che riguarda il welfare state. In aggiunta, gli investitori stranieri che usano la Gran Bretagna come un trampolino di lancio per un mercato europeo di mezzo miliardo di persone potrebbero trovare la Gran Bretagna da sola un luogo di investimento molto meno interessante.

Ciò influenza anche altri aspetti diplomatici come le relazioni militari del paese. L’azione militare in Libia pur essendo stata gestita attraverso il framework della NATO, è stata de facto un risultato di azioni diplomatiche bilaterali piuttosto tese con le Francia. Un’uscita dalla UE incrinerebbe anche le relazioni con Francia, Germania, Italia e Spagna nel campo della cooperazione extra europea. In più, la Gran Bretagna ha sempre fatto molto gioco sulla sua “relazione speciale” con gli Stati Uniti, ma gli americani hanno, in maniera sempre più progressiva ed evidente, sempre apprezzato gli inglesi in particolar modo come un condotto alla diplomazia europea, soprattutto nel cercare appoggio politico oltreoceano nelle guerre in Iraq e Afghanistan.

Le opzioni dunque sono molto limitate: seguendo una qualsiasi delle opzioni sopraelencate la Gran Bretagna rimarrebbe da sola a gestire le trattative con l’Organizzazione Mondiale del Commercio. L’Europa rimane il più importante partner commerciale del Regno Unito e quindi qualsiasi disaccordo risulterebbe dannoso a livello commerciale e diplomatico causando un ulteriore rallentamento in un’economia attualmente in recessione e stagnante.

Nonostante la lunga e prestigiosa storia nautica inglese è evidente che il capitano della nave con la Union Jack spiegata stia tentando sia di calmare il suo equipaggio ed evitare un ammutinamento che di prepararsi ad una fitta nebbia sulla rotta oltre Manica.

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