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Noi e l’immigrazione «Dobbiamo riappropriarci della nostra umanità»

Giorni fa a Fidenza, vicino al centro commerciale, fui colpito da una vista insolita. Un uomo, vestito pesantemente benché fosse una giornata calda, con un berretto di lana e un cappottone, tipico degli africani subsahariani che arrivano in Europa. Una cosa comunissima di prim’acchito, ma nel suo viso notai qualcosa di inusuale: si trattava di un africano albino.

Essere albini in Africa non vuol dire semplicemente avere una pigmentazione diversa e difetti di vista. Vuol dire essere discriminati, mutilati o uccisi a causa di miti secondo cui gli albini sono dotati di poteri magici e le parti del loro corpo portano fortuna o, in altre parti del continente considerati portatori di sventura e chiamati zeru zeru, che in swahili significa «fantasma», «invisibile».

Mi fermo e vado a parlargli. È nigeriano. Cerca lavoro e qualche aiuto, una moneta, del riso, un frutto, fuori dal supermercato. Parliamo e gli chiedo in inglese: «Lei è albino?» I suoi occhi si aprono come in un misto di stupore e forse terrore. Chissà cosa ha visto. Chissà cosa lo ha spinto a partire dalla Nigeria, arrivare sulle orribili coste libiche e tentare il viaggio della vita. Cose che noi non possiamo neanche immaginare.

Perché anche per noi lui è «invisibile» . Quando girando per il paese sento frasi del tipo «Io li tirerei sotto», «Questi negri», «Non li vogliamo» mi rendo conto che nel nostro progresso, siamo arrivati a un punto quasi insormontabile di egoismo fintamente comunitario dove non analizziamo i fatti come società fatta di uomini e donne ma di «noi italiani» o «parmigiani o salsesi» in competizione, piuttosto che cooperazione, con altre società. Questa dicotomia è la causa della nostra perdita d’umanità.

Una società che si adagia sul deprecabile «conforto» del razzismo, ossia il bollare il diverso come «male», non è ambasciatrice di progresso ma di regresso. Stiamo dimenticando le basi dell’umanità trattando chi fugge dalla fame, dalla guerra e dalla discriminazione come dei «non uomini». Questo è preoccupante e non è un auspicio che porto verso la mia comunità locale.

Quanto conta la nostra cultura e tradizione senza le basi dell’aiuto e della comprensione verso il prossimo, d’ovunque esso venga. Niente. Non conta nulla. Dati recenti confermano che il livello di populismo attuale in Europa è pari a quello del 1940. Se i miei nonni, nati a inizio secolo, fossero in vita farebbero di tutto per istruirci a evitare quegli errori disumani che fanno del 20º secolo, il può sanguinoso della storia. Non permettiamo al 21º di essere peggio. Cominciamo dalla nostra realtà locale.

Push FOMO back

FOMO can be your worst enemy when you manage different social media and you’re running around events and caring of somebody’s branding (and of course your own…). How do you decide what’s worth let go? Personally, one thing I can’t let go is to workout. Even on long days, long hours online with my neck bent on my iPhone or iPad, hitting the gym, or whatever kind of hotel gym you bump into, is the only thing that keeps me going and helps me refresh my mind.

And you? How do you let go on long travelling working days? 🙏

In fitness and communication don’t pay peanuts to get monkeys

EXPENSIVE OR CHEAP CONSULTING? Let’s talk about it…
Lately I’m getting a lot of requests via Instagram to provide some advice and consultation on fitness. How can I lose weight? What should I eat? What supplements should I take? And so on…

This is pretty flattering but no matter how many of such requests I get, I prefer to recommend people to “real” professionals in this field and to people who can dedicate an appropriate amount of time to clients who really want to improve their physical skills. Why do I do that?
1. I am aware I don’t have the expertise, nor the knowledge, nor the time to help a person through this very encompassing path. I acknowledge it and I would be a fraud if I did.
2. I would damage the market at expenses of “actual” PTs, nutritionists and trainers.

The same thing happens often in communication and digital marketing but getting cheap consultation is more expensive than getting proper plans of action.

If you are faced with the choice of spending your budget, for whatever purpose, between a lot of cheap service or a few good services, my advice is to always focus on quality, not quantity!

La lezione di Bilbao: investire in cultura

Recentemente mi trovavo a Bilbao per condurre un seminario sulla comunicazione politica. Nell’occasione potei scoprire la città, la sua società e la sua antica storia, orgogliosamente radicata sia nella sua gente che nelle sue istituzioni. Una storia moderna però tristemente intrisa di divisioni, terrorismo dell’ETA e un desiderio innato di indipendenza dalla monarchia Spagnola. Benché ora Bilbao sia prospera, a inizio anni ‘90 l’economia era a pezzi per una grave crisi industriale.

Cosa fece dunque il governo locale? Una “pazzia”: Investirono €20milioni per fondare Il Guggenheim, un museo rivoluzionario per architettura e concetto. L’idea ebbe numerose critiche ma i baschi avevano una visione: riattivare il proprio circolo culturale e reinventarne l’economia. Non si focalizzarono inutilmente sul passato ma guardarono al futuro.

Una visione che va al di là dei numeri e si concentra sulle risorse più importanti della società: capitale umano e coinvolgimento civico. Le critiche vennero rapidamente interrotte da un indotto di €635 milioni nel biennio 1998-2000 e numerosi premi internazionali.

Noi abbiamo già il nostro Guggenheim, si chiama Terme Berzieri. una “pazzia” che portò l’arte siamese nel mezzo dell’Emilia. All’epoca, fu la consapevolezza che lo sforzo del singolo ridà linfa alla città a trasformare ogni cittadino in ambasciatore della stessa. Siamo noi che dobbiamo proporre idee e cooperare alla valorizzazione dell’edificio senza aspettare la provvidenza istituzionale. Giriamo pagina sui tempi che furono e scriviamo, insieme come ambasciatori, il nostro futuro.

Pubblicato il 24 febbraio 2018 su La Gazzetta di Parma

How populists trigger “visceral” reactions – A lesson a the IHECS Academy

Whenever your marketing arguments are finished, wheneveryour strategy is perfect but still something doesn’t work, it’s time to go back to the basis. Understanding how nationalists and populists movements communicate in order to trigger “visceral” reactions into people, should be the basis for centrist parties to counterattack. Understanding the psycology and evolution of the human brain is the foundation of this approach. It was great to lecture passionate students at IHECS Academy and exchange with these talented communication enthusiasts good practices, challenges and hopes for Europe.

La speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «collaborazione, senso di unità, valori comuni».

Questa intervista è stata pubblicata su The Italians

Per l’intervista di questo mese abbiamo deciso di lasciare da parte le domande scritte.

Niente email, niente categorie predefinite, ma solo un ampio spazio per riflettere e per dibattere su ciò che è diventata e sta diventando l’Italia. Questa volta non potevamo prescindere dalla politica, sia perché ormai manca un mese e qualche manciata di giorni alle elezioni del 4 marzo, sia perché il nostro Italians è un professionista della comunicazione con quasi 10 anni di esperienza nel settore, fortemente incentrato – tra le altre cose – sulla politica globale.

Marco Ricorda, 32 anni originario di Salsomaggiore (Parma), è il capo dei social media per il gruppo ALDE al Parlamento europeo, alleanza che riunisce i partiti liberal democratici in Europa. Il suo nome è stato inserito tra i primi 40 influencer UE nel 2017 ed è un mentore di Politico EU Studies Fair. Inoltre, Marco è anche social media manager di Guy Verhofstadt, primo ministro belga per 9 anni e dal 2009 alla guida dell’ALDE.

Sono quasi le otto di sera di un venerdì qualsiasi, sia a Bruxelles che in Italia, quando finalmente riesco a sentire la voce di Marco. Una chiamata whatsapp che abbiamo rimandato per giorni, complici la stanchezza e i normali (ma tanti) impegni quotidiani. «Ho una vita molto frenetica, gestisco tutti i contenuti che vengono veicolati dai media – racconta Marco Ricorda – qui si lavora tutti i giorni ma in maniera più intelligente rispetto all’Italia: se c’è tanto lavoro si rimane fino a tardi, altrimenti si va a casa».

Il curriculum di Marco è pieno di voci: social media manager al Joint Research Center della Commissione Europea; digital strategist per l’Unione Europea a Expo Milano 2015; social media analyst per la Commissione Europea e press officer / community manager per Bruegel, il think tank di Bruxelles per politica economica internazionale. Non abbiamo ancora finito: è stato anche analista insight per Lo Spazio della Politica, un think tank italiano che lavora nel campo degli affari internazionali.

Come ha fatto, vi chiederete voi. Me lo sono chiesta anche io, naturalmente. Marco mi ha risposto che lavorare per l’Unione Europea è sempre stato parte di un progetto ben preciso, e che ha fatto «tutto quello che era necessario» per realizzare questo sogno. «Già quando avevo 15-16 anni sapevo di voler lavorare per questa organizzazione che gestisce i conflitti tra stati. Mio nonno ha fatto 7 anni di guerra in Albania: più sentivo le sue storie, più sentivo la vocazione europea».

Dopo essersi laureato a Forlì in Scienze internazionali e diplomatiche, con un anno di Erasmus ad Anversa, Marco si è trasferito a Maastricht per completare gli studi: «Era il 2010, un periodo difficilissimo, c’era la crisi e nessuno assumeva. Ho pensato fosse il momento giusto per spostarmi ancora, per andare a Bruxelles. Da Maastricht ho trovato un’opportunità a Bruegel: ho capito subito l’importanza dei social media, la loro grande forza di comunicazione». Due anni e mezzo dopo, Marco è entrato in commissione, dove è rimasto per circa 5 anni: «Adesso sto lavorando per il vero partito europeo».

Una posizione privilegiata per seguire la campagna elettorale italiana. Anche se da lontano, Marco non ha dubbi: «La dicotomia destra-sinistra ormai è finita, serve una forza rivoluzionaria che spacchi questo sistema fatto di burocrazia soffocante, di perdita di coscienza civile, di raccomandazioni. Ci sono troppi partiti, troppe voci che non danno alcuna speranza all’Italia di rendersi attiva». E prosegue ancora: «Di tutti questi partiti italiani non ce n’è uno che vende un programma di positività. Tutti dicono non votate l’altro, nessuno dice votateci per questo».

Positività è una delle parole chiave di Marco, una di quella che ripete spesso. Un’altra è giovani, e qui il discorso non ammette pietismi: «I giovani sono spaccati dal debito, dall’immobilismo politico che non fa altro che peggiorare. Il loro potere d’acquisto è pari a zero».

Eppure, qualcosa su cui possiamo lavorare c’è: «Dobbiamo renderci conto che è tutto sulle nostre spalle, senza accampare scuse varie. Niente più piagnistei: non dobbiamo aspettarci che lo stato ci serva tutto sul piatto d’argento, dobbiamo essere una società che non si arrende. Ora siamo molto spenti».

In ambito lavorativo, la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «Collaborazione, senso di unità, valori comuni». Marco li elenca senza pensarci due volte.

Ci sono poi dei settori che vanno implementati: «C’è da lavorare sulla digitalizzazione, altrimenti non possiamo avere flessibilità mentale. Esiste ancora questa pressione psicologica nel pensare che se uno non ha una certa età non può rivestire una determinata posizione. In Italia se sei un formatore cerchi di non formare il tuo assistente perché così il tuo ruolo rimane forte. Nelle società liberali è il contrario: vogliono che il team impari in fretta e che si cresca, cosicché anche il capo possa investire più su sé stesso e sulla propria formazione».

Un altro fil rouge tra giovani e lavoro è adattamento: «Basta dire mi sono laureato in questo e devo fare questo, bisogna saper inventare sé stessi e il proprio lavoro. La stabilità lavorativa è difficile da promettere, perché la società è cambiata, nel 2018 questo concetto non credo esista più. Ma è conseguenza necessaria dell’acceleramento tecnologico e della globalizzazione. Dobbiamo collaborare al fine di capire un mondo che cambia, dobbiamo essere pronti ad adeguarci, non piangere il passato».

Per Marco è come se esistesse una sorta di teoria per il successo, declinata tutta al “giovanile” (un modo di essere, più che un tempo verbale): «Niente scuse, analizzare i problemi e affrontarli senza paura dei fallimenti, che poi sono sempre necessari. Questa è una cosa che mi ha insegnato lo sport». Oltre che un comunicatore, la seconda vita di Marco Ricorda è tra la palestra e la cucina: è infatti un atleta competitivo e un appassionato di allenamento con i pesi e bodybuilding.

Mondi che non sono poi così lontani come sembrano: «Il bodybuilding mi ha insegnato tutto sulla comunicazione – spiega – competi per l’attenzione, vuoi che più persone possibili mettano quel pollice in su proprio sul tuo post, e quindi fai di tutto affinché accada. Diventa quasi un gioco e, quando arrivi a quel livello, non riesci più ad uscirne».

«Mi sento emiliano, italiano ed europeo allo stesso momento. E questo non crea alcun conflitto nella mia anima». Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata, tornare all’Unione Europea è come chiudere un cerchio. «Nel momento stesso in cui ci mettiamo alla ricerca di una nostra identità, è come se bloccassimo la società cosmopolita. Ribelliamoci a chi cerca di imporci questi pensieri». Ma c’è ancora qualche altro spunto di riflessione da battere a macchina, tasto dopo tasto: «L’UE deve smetterla di concentrarsi su un’unione economica e politica, deve diventare sempre più un’unione di valori e sentimenti condivisi. E attualmente non lo è».

E l’Italia? «Dobbiamo fare la nostra parte – conclude Marco – l’Italia deve cercare i propri valori, progressisti invece di conservatori, altrimenti ci riduciamo a piangere un passato insostenibile. Mettiamoci a tavolino, analizziamo le circostanze del presente e costruiamo un futuro migliore per questa società, non per i singoli individui».

Shaping attitudes on social media – Lessons learnt from the European Digital Advocacy Summit

It was great to talk at the European Digital Advocacy Summit in Brussels, organized impeccably by the Public Affairs Council. Data, digital ads, targeted content and apps have become vital parts of the European advocacy toolkit. This one-day summit was meant to help EU public affairs and communications professionals to stay up-to-date with trends and enhance their digital presence.

in particular I was invited to discuss how to “shape attitudes on social media” and bridge the gap between an online connection and a “real connection”. Probabbly one of my favourite topics of all.

With a changing Facebook algorithm and a continuous battle for attention on social networks, I’m often asked “how can we shape attitudes on social media.” More recently, at the European Digital Advocacy Summit I had to present my thoughts on the topic.

Let’s try not to make this the usual useless social media presentation where some highly paid communication consultants say buzzwords like “engagement”, “strategic” and “motivation”, gets an applause and then audience goes home and their like “what happened?” I already see too many in my business. Let’s keep our eyes on this very topic.

Shaping: to give a particular shape or form to, determine the nature of, have a great influence on, make (something) fit the form of something else.

Attitude: a settled way of thinking or feeling about something

There’s a number of ways to do that depending on who you’re talking to more than which format or channels or register:

  • One person separately. Typical of lobbying and public affairs. My advice is “forget about your goal” and focus on “yourself.” If you are in Public Affairs, firstly focus on the way people think about you. You are an ambassador of whatever your company or organization is trying to sell, represents and stands for. If they like you they will listen even if they disagree or dislike your cause. Show them you’re up to the task and use social media as a hook for human interactions. You might not still shape their attitude towards your business’ cause, but at least that door was open. If they don’t like as an ambassador, that chance is already closed from the start. Take the case with celebrity as “digital ambassadors” (or even just ambassadors per se): If people like the celebrity, they will like the cause.
  • A segment of society; The reptilian brain, controls the body’s vital functions such as heart rate, breathing, body temperature and balance. Our reptilian brainincludes the main structures found in a reptile’s brain: the brainstem and the cerebellum. This vital body part is hard wired to inputs of food (the need of assuming calories to provide energy for our body), sex (sexual impulse of attraction and primary nature of procreation) and danger (alert, perception of imminent threat). Hardly, I believe you can use food and sex in public affairs, politics and the likes. But what about fear?  Watch this video and see what I’m talking about.

ADDENDUM: Think of the long shot. There isn’t that one thing, tool, trick that is gonna make your campaign work and whoever tells you otherwise is lying to you. Lack of patience is your and your company’s worst enemy when it comes to shaping attitudes.

How have you shaped someone or some community’s attitude? Let me know in the comments section

 

Solo una Salso aperta, tollerante ed europea può risollevarsi

Fermatevi. Qualsiasi cosa stiate facendo fermatevi e fate un passo indietro. Poi un altro e poi un altro ancora. D’ovunque voi siate partiti adesso avrete una visione più ampia, più larga rispetto al punto di partenza. Ora soffermatevi su un dettaglio alla vostra destra o sinistra, che esso sia un passante, o un negozio o un albero. Quel dettaglio non l’avreste mai notato dalla vostra posizione di partenza.

Perché questo invito? Perché Salso nella sua attuale passività sia economica che sociale che intellettuale ha solo un’opzione: fare un passo indietro e realizzare di essere parte di un sistema che va ben oltre le colline della lucciola, il castello di Tabiano o Ponte Ghiara. Salso è una cellula di un sistema nazionale e europeo e la sua rilevanza in questo sistema è totalmente dipendente dalla volontà della sua cittadinanza. Volontà che al momento è spenta e preferisce ripararsi nella confortevole capanna dei “fattori esterni” che essi siano gli immigrati, i rifugiati o, ancora più paradossalmente, l’Unione europea.

Questi fattori mi preoccupano molto perché è proprio quando una società si rifugia e si chiude in se stessa che inevitabilmente muore sia demograficamente che mentalmente, e a questo io mi oppongo. Io non accetto che la MIA Salso si lasci andare alla bieca sterilità del razzismo verso chi scappa dalle guerre e dal bigottismo dell’antieuropeismo come bandiera da sventolare invece di prenderci le proprie responsabilità. Mi oppongo alle non-soluzioni proposte da partiti e “movimenti” atti a rendere la cittadinanza ancora più passiva piuttosto che invitarla al dialogo e al rimboccarsi le maniche.

Senza rendercene conto, Salso ha da oltre 100 anni un’impronta globale ed europea: Pensate all’impronta del liberty in tutto il paese. Pensate a come nella nostra geografia di periferia, fuori dalle linee di comunicazione della via Emilia, siamo riusciti a portare lo splendore delle terme, antica tradizione romana, nelle nostre colline. Pensate al Berzieri e a come fu il fiorentino Galileo Chini a portare l’architettura siamese, con le sue guglie e leoni, in un connubio di art déco su ispirazione della secessione viennese e di Gustav Klimt proprio nell’edificio che ci rappresenta maggiormente. Pensate al film “900” con Robert De Niro e Gerard Depardieu proprio girato dentro a queste terme.

La nostra cittadinanza costruita e circondata da bellezza è ora soffocata dalla facile retorica politica del nazionalismo e dei “movimenti” basati sul nulla. I discorsi che purtroppo ascolto contro i rifugiati che accogliamo, rappresentano un grave campanello d’allarme al quale reagire uniti. Sta a noi riattivare la cittadinanza culturalmente e socialmente. Un futuro positivo può essere basato solo su dialogo e unioni, non sul razzismo e sulle divisioni fini a sé stesse.

Contemporaneamente dall’aspettarci l’integrazione da parte dei nostri nuovi cittadini, è soprattutto Salso che deve integrarsi nel mondo. Un mondo dove i confini politici non hanno più significato, un mondo con una società fluida, mobile e costantemente connessa sia digitalmente che umanamente. Creiamo una Salso europea. Ricreiamo quella società che ha attratto per oltre un secolo persone da ogni dove presso di noi. Riprendiamo l’attività culturale e rendiamo la nostra società attiva. Siamo curiosi delle origini e storie dei nostri nuovi concittadini e allarghiamo i nostri orizzonti.

L’economia in una società vibrante, tollerante e aperta non può fare altro che migliorare e prosperare. La Brexit e Trump ci insegnano appunto come le divisioni sociali causano soprattutto economico prima che sociale. Prendiamone esempio nel nostro piccolo. Vedendo l’irrefrenabile ritmo dei negozi che chiudono uno dopo l’altro, le luci spente in centro il sabato sera e i campetti da calcetto in disuso, abbiamo bisogno ora più che mai di un’infinita e nuova visione sull’Europa e sul mondo, invece che di piegarci a rendere le nostre colline le recinzioni del nostro spirito e dei nostri occhi. Una Salso europea e globale, cosmopolita e aperta. Un proposito serio e possibile per l’anno che verrà